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Scano Boa, tutto il film e il documentario (1961 e 1954). Il delta del Po di allora

2014
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Le immagini di “Scano Boa”, film del 1961 sull’onda del neorealismo e documentario del 1954 con lo stesso titolo, mostrano l’estremo delta del Po di 70 anni fa e la vita grama della sua gente. Le due pellicole, firmate dal regista e sceneggiatore Renato Dall’Ara, sono visibili per intero in questa pagina.

“Scano Boa” svela una realtà  ancora peggiore della campagna bergamasca ne “L’albero degli zoccoli” o della Basilicata di “Cristo si è fermato ad Eboli”. Anche queste due  opere evidenziano in modo realistico la miseria e la vita vera della gente comune: però illustrano microcosmi attraversati da sentimenti umani e legami interpersonali. Invece la comunità di pescatori di “Scano Boa” è composta nel film da individualità avide e volente, mentre nel documentario appare algida fin quasi all’indifferenza totale.

Intanto, due parole di presentazione. Scano Boa – il luogo, non il film – è una lingua di terra all’estremità del delta del Po. Da un lato, il mare; dall’altro, un dedalo di canali. Fa parte del comune di Porto Tolle, in provincia di Rovigo, ed è raggiungibile solo con piccole imbarcazioni.

Oggi Scano Boa è un paradiso per i birdwatchers ed una meta per i turisti slow. Il paesaggio, stupendo, è privo o quasi di presenze umane. In tempi non così lontani, a Scano Boa abitavano i pescatori. Vivevano in capanne fatte con canne di palude: solo il camino era in muratura. A quei tempi si riferiscono il documentario e il film di Dall’Ara. Mostrano situazioni rispetto alle quali “Gente del Po”, un altro documentario girato nel delta nel 1943, sembra illustrare condizioni di vita povere, sì, ma almeno dignitose.

Ecco qui sotto il documentario del 1954, innanzitutto. Il mondo di Scano Boa vi è descritto in nove minuti appena. Renato Dall’Ara mostra una piccola imbarcazione – l’unica cerniera fra il mondo con le case di mattoni e quello con le case di canne – che trasporta al cimitero il cadavere di un pescatore annegato. Durante il viaggio, i rematori vengono chiamati a riva: una partoriente ha bisogno di raggiungere l’ospedale. Il suo bambino nasce sulla barchetta, accanto alla bara dell’annegato.

Nel documentario, la gente non mostra commozione né partecipazione umana per le vicende di morte e di vita che si intersecano sulla barchetta. L’unico gesto gentile è quello di un rematore: ad un certo punto usa il suo remo come freno per risparmiare il dondolio della barca alla partoriente che grida di dolore.

Non è più algida, ma crudele e spietata l’atmosfera del film “Scano Boa” del 1961: e anche qui nel finale un bambino nasce sulla barchetta che trasporta al cimitero un pescatore annegato. Ma prima si snoda una vicenda che  riprende il romanzo “Scano Boa” dello  scrittore polesano Gian Antonio Cibotto.

Riassunto quasi telegrafico della trama. Dopo lunga assenza, un padre (interpretato da Alain Cluny) torna in un paese del delta del Po per riprendere la figlia Clara: una giovanissima Carla Gravina. La porta con sé a cercare fortuna fra i pescatori di Scano Boa, dove – se la sorte e il coraggio aiutano – è possibile arricchirsi catturando i pregiati storioni che dal mare si immettono nel Po. La sorte non aiuta: gli storioni non si fanno neppure vedere. La cupa comunità dei pescatori si mostra ostile. Clara viene violentata da uno di loro, l’arrogante Baroncello (José Suarez). Rimane incinta: ma tace.

Poi, finalmente, a Scano Boa arrivano gli storioni. Tutti si buttano sulle barche per fare bottino. L’inesperto padre di Clara rovescia la barca e annega. Infine il trasporto al cimitero della salma:  Clara, durante quel viaggio in barca, dà alla luce il bambino.

Ed ecco qui sotto il film. Per goderlo, bisogna superare un breve shock iniziale. Il finto storione che nuota mentre passano i titoli di testa non è  – diciamo – esattamente il massimo degli effetti speciali. Non per i nostri occhi viziati dal digitale, almeno. Ma è questione di pochi secondi: il film cattura l’attenzione. Non tanto, o almeno non solo, per le melodrammatiche vicende di Clara, ma per il microcosmo nel quale esse si snodano, che è descritto in modo magistrale. Il vero protagonista del film infatti è il quadro d’ambiente: i pescatori di Scano Boa, la durezza della loro vita.

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