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La rinaturazione del Po rischia di schiantarsi contro il no degli agricoltori

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pioppeti lungo il po e rinaturazione

Altro che impantanata. La rinaturazione del Po rischia di schiantarsi contro l’opposizione degli agricoltori e dei pioppicoltori. A dispetto del nome pomposo, si tratta di un progetto molto modesto: piantare alberi delle specie spontanee locali e consentire il ritorno delle lanche (in sostanza, sono gli acquitrini naturali) in alcuni francobolli di territorio situati lungo le rive. Il Po misura 652 chilometri; la rinaturazione ne riguarda complessivamente 36, e ora si discute di 13. Briciole.

Le aree destinate alla rinaturazione sono in larga parte già protette, o tali almeno in teoria, e di proprietà demaniale, cioè appartenenti allo Stato e di uso pubblico. Però sono anche date in concessione (si può dire: in affitto) a privati, che le coltivano soprattutto a pioppeti. E qui nascono i problemi.

In queste settimane prende corpo una fase vagamente concreta della rinaturazione del Po. Si tratta di scegliere i primi 13 chilometri da rinaturizzare, ovvero di approvare il relativo progetto di fattibilità tecnico economica, per usare i termini della burocrazia.

E’ in corso una durissima battaglia per impedire che il progetto di rinaturazione vada in porto. La combattono  gli agricoltori e i pioppicoltori, con l’appoggio della Regione Lombardia. Quest’ultima ha anche riesumato la bacinizzazione del Po – trasformare l’intero fiume, da Cremona al mare, in canale artificiale adibito al transito merci – presentandola come un’idea preferibile alla rinaturazione di alcune piccole aree sulle sponde. La maggioranza politica che governa la Regione Lombardia è omogenea a quella del Governo nazionale. Può essere significativo rispetto all’esito finale della battaglia.

La modesta rinaturazione del Po è l’unico capitolo legato all’ambiente del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza varato nel 2020. Il Pnrr vale 119,5 miliardi. La rinaturazione, 357 milioni. Per spenderli, bisogna rispettare una tabella di marcia: prevede che entro il 2024 vada in porto la rinaturazione dei primi 13 chilometri, scelti fra i 36 complessivi. Se si bloccano i 13 chilometri – quelli di cui si discute ora – si bloccano a ruota anche tutti gli altri. Dunque la battaglia di questi giorni è decisiva.

L’Aipo, l’agenzia interregionale per il Po, ha l’incarico di coordinare la rinaturazione. Ha imbastito una sorta di progetto di massima, individuando 56 aree papabili. Comprendono un territorio molto più ampio di quello che sarà oggetto dell’intervento: ma al loro interno vanno scelti sia i primi 13 chilometri (“per i quali bastano 6 aree”, riassume dall’Aipo l’ingegner Marco Gardella) sia, successivamente, gli altri.

Sulle sponde del Po oggetto di rinaturazione non sarà possibile piantare nuove colture quando quelle attuali saranno giunte a fine ciclo. Qui sotto, la cartina dell’Aipo con le 56 aree: clic sull’immagine per ingrandirla.

rinaturazione del po cartina small

Dato che il destino dell’intera rinaturazione dipende dalla rapida scelta dei primi 13 chilometri, è facile prevedere un accordo al ribasso. Un qualcosa del tipo: dichiariamo pure che i pioppeti e i campi costituiscono ambienti naturali e che dunque non vanno toccati, perché è l’unica strada per sperare di salvare qualcosa del resto.

Ma campi e pioppeti non sono per nulla naturali. Ospitano vegetali ottenuti con la selezione artificiale e hanno bisogno di pesticidi, che sono veleni e che si usano anche nell’agricoltura biologica. Invece, per offrire cibo e rifugio agli animali selvatici della Pianura Padana  – qualcuno ricorda rane, libellule, lucciole? – sono indispensabili sia l’assenza di veleni sia un’ampia gamma di specie vegetali spontanee. Specie vegetali spontanee, appunto: non quelle plasmate dall’uomo.

Già 36 chilometri complessivi di rinaturazione sono briciole rispetto ai 652 chilometri del Po. Che queste briciole siano almeno autentiche, non sembra poi una pretesa eccessiva.

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