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Rinaturazione del Po, la canea di chi vuol togliere alla natura anche le briciole

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Per chi – come chi scrive – frequenta la golena del Po da 25 anni e vi ha percorso centinaia di chilometri a piedi, la canea che è montata in seguito al progetto di rinaturazione assume veramente contorni kafkiani. Credo di aver percorso quasi ogni metro lineare dei circa 60 chilometri di golena cremonese e casalasca. In ogni stagione, dagli anni Novanta, l’ho osservata, l’ho studiata sotto il profilo naturalistico, l’ho raccontata in decine di articoli. Ne ho scritto con entusiasmo, perché la golena del Po rimane un mondo a parte nel contesto fortemente antropizzato della Pianura Padana, ma ne ho scritto con il magone, per gli scempi a cui è stata sottoposta insieme al fiume che la solca. Entrambi violentati nel corso dei decenni, vituperati, umiliati.

Seppur in queste tristi condizioni, la golena del Po, o almeno ciò che ne resta, è davvero un mondo a parte: quasi dovunque disabitata. Rimangono tutt’al più ruderi di cascine vetuste. In ampi spazi golenali non esistono strade asfaltate: solo sterrate. Anche per questo la presenza umana è ridottissima, spesso limitata ad agricoltori e, in alcune aree, ai cacciatori, a seconda della stagione.

In pochi si avventurano nella golena più interna, anche perché a molti è letteralmente sconosciuta e ad alcuni questi spazi “vuoti” di presenza umana incutono un certo timore. Anche da qui deriva il fascino della golena, per chi la frequenta. In alcuni suoi tratti, è l’unico luogo della pianura in cui si può pensare di camminare per chilometri senza scorgere presenza umana tra impronte di caprioli, cinghiali, volpi, oggi anche lupi, e voci di una moltitudine di specie ornitiche. Un ambiente certo fortemente modificato dall’uomo, ma che conserva un fascino del tutto peculiare.

Molti, non avendola mai vista se non magari fugacemente dal finestrino dell’auto, di passaggio su un ponte che collega Lombardia ed Emilia, sono convinti che la golena del Po sia un luogo quasi selvaggio, immaginando chissà quali boschi e boscaglie in cui smarrirsi. Purtroppo è vero esattamente il contrario. La golena del Po è stata quasi completamente annientata dall’agricoltura, che ne ha divorato nel tempo ogni metro quadrato. Non solo. Vi sono amplissime aree golenali nelle quali, tra estensioni quasi americane di mais, non spunta un solo albero. Letteralmente. Vedere per credere.

Anche la golena più interna, persino quella posta in fregio al fiume, non è messa meglio. Alcuni tratti delle sponde del Po sono impressionanti: l’aggressività nei confronti dell’ambiente perifluviale è stata stupefacente, spingendosi non di rado ad annientare ogni lembo di vegetazione naturale fino a ridosso della scarpata fluviale. I brandelli di territorio golenale che conservano una qualche naturalità sopravvivono in percentuale davvero irrisoria. E – beninteso – parliamo di ambienti seminaturali, perché di naturale in senso stretto non è rimasto pressoché nulla.

In genere, quel poco che somiglia a qualcosa di naturale si rinviene lungo qualche agonizzante lanca contornata da una modestissima bordura di salici e pioppi, oltre che da un ricco corredo di essenze alloctone, oppure lungo qualche moribondo bodri. I bodri sono gli specchi d’acqua subcircolari di varia ampiezza, originatisi in occasione di grandi piene del Po a causa di un vortice d’acqua che si è creato in presenza di ostacoli e che ha “trivellato” il terreno facendo sgorgare l’acqua della falda. Ma anche in questi casi l’assedio agricolo è totale, su ogni fronte.

Di fatto, questi biotopi appaiono come minuscole e quasi commoventi enclave in terreni per il resto adibiti ad esclusivo uso agricolo. E come non sottolineare che persino alcuni isoloni fluviali hanno fatto la stessa fine. Anche lì quasi tutto è stato alterato, quasi tutto è stato sottomesso all’interesse agricolo.

Ora, in questo quadro appare a dir poco sbalorditivo che un modesto – quantitativamente – progetto di rinaturazione abbia sollevato il vespaio cui abbiamo assistito. Il vespaio ha prodotto per ora il risultato sperato, ovvero lo stop del Ministero dell’ambiente. Uno stop solo temporaneo? Staremo a vedere, ma c’è motivo di dubitarne.

Senza entrare nei dettagli tecnici, il progetto di rinaturazione appare perlopiù mostrare obiettivi condivisibili, se si intende ridare al Po un minimo di naturalità. Riapertura delle lanche, riduzione dell’artificialità dell’alveo, interventi di riforestazione qua e là. Impressionante è l’attacco che il progetto ha ricevuto dalla lobby degli agricoltori e segnatamente da quella dei pioppicoltori, i quali peraltro godono da molti anni della possibilità di utilizzare anche terreni demaniali – ovvero di tutti – nell’interesse del loro portafoglio, pagando cifre irrisorie. La situazione ha contorni che somigliano molto a quella delle spiagge regalate da decenni ai privati gestori dei bagni.

Impressionante è anche constatare la faziosità di certa stampa su questo tema. Cito per esempio lo “storico” quotidiano di Cremona “La Provincia”, di proprietà della Libera Agricoltori, che sul tema martella insistentemente da tempo, evitando con cura anche il benché minimo contraddittorio.

Per esempio, nell’edizione del 24 maggio 2023 titolava “Rinaturazione bloccata – L’agricoltura è salva”. Proprio così: l’agricoltura è salva. Nell’articolo-intervista all’eurodeputato Herbert Dorfmann si scrive nientemeno che la proposta (del progetto di rinaturazione) “avrebbe significato riportare intere province italiane alle situazioni pre-bonifica. Un salto negli anni ’50”. Impressionante. Ma non basta. Si scrive che “era prevista la sostituzione di parte dei terreni coltivati, in alcuni casi, addirittura con ambienti umidi. In sostanza, un ritorno pre-bonifica”. Praticamente, insomma, si paventa quasi un impaludamento della Pianura Padana. E si noti bene l’”addirittura”.

Di grazia, una domanda: dopo decenni di capillare distruzione di quasi tutte le piccole zone umide, riaprire qualche lanca metterebbe davvero in ginocchio l’agricoltura? Diamine, davvero si pensa che tutti portino l’anello al naso al punto di credere che il progetto di rinaturazione sia volto a ricreare vaste paludi – perché no – malariche? 

Più recentemente, in un allegato dello stesso quotidiano si è titolato “Rinaturazione, coro di no. Mette a rischio le filiere”, con riferimento ovviamente alla filiera del legno. Una domanda: perché la filiera del legno (di pioppo, solo di quella si tratta) deve essere mantenuta a spese di microscopiche aree naturali perifluviali e non si converte invece a pioppeto una frazione delle enormi estensioni a mais della golena?

Addirittura, non sapendo più a che santo votarsi, si arriva ad aggrapparsi all’ “alto valore ambientale” del pioppeto. Ma di cosa stiamo parlando? Anzitutto il pioppeto ha un ciclo decennale, poi viene tagliato: sparisce. Inoltre è notoriamente sottoposto a intensi trattamenti fitosanitari, di antiparassitari soprattutto. Terzo, in non pochi casi si annienta il sottobosco, riducendo quindi ulteriormente il suo potenziale sul piano ecologico. Si capirà dunque l’ ”alto valore ambientale”.

Nel contempo, ovviamente viene del tutto obliato il valore ambientale che potrebbero avere, se ben condotti, i rimboschimenti plurispecifici di essenze autoctone destinati – quelli sì – a permanere, a differenza non solo dei pioppeti, ma anche dei tanti impianti di arboricoltura da legno finanziati in passato con soldi pubblici (si veda la miriade di interventi ai sensi del Regolamento CEE 2080/92) e poi tutti distrutti al termine del ciclo, con un grave danno sul piano ecologico. 

Si badi bene che questo contesto mediatico è talmente di parte da non ospitare nemmeno un’opinione contraria, seppure garbatamente espressa. Chi scrive ha subito infatti più volte la censura dei propri interventi, neanche fossimo in Turchia o in Iran.

L’aspetto grottesco è che poi la stessa stampa non perde l’occasione per rimarcare senza perifrasi – e senza pudore, a parere di chi scrive – il ruolo dell’agricoltura come paladina dell’ambiente. Nel caso puramente teorico in cui ve ne fosse bisogno, il progetto di rinaturazione del Po ha svolto perentoriamente il ruolo di cartina di tornasole nell’evidenziare quanto l’ambiente padano stia a cuore all’agricoltura. Mala tempora currunt, si diceva.

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