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La plastica nel Po vista dal satellite

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Le foto satellitari consentono di individuare gli accumuli di plastica nel Po. Lo ha appurato il progetto Mapp appena concluso dall’AdbPo, l’Autorità di Bacino. Il progetto fra l’altro ha dimostrato che solo una piccola parte della plastica nel Po finisce in mare, il luogo in cui questi rifiuti finiscono per accumularsi in tutto il mondo e dove – si stima – nel 2050 potrebbe esserci più plastica che pesci. Questa è la buona notizia. Ma il progetto Mapp consente di evidenziare anche cattive notizie.

Innanzitutto, sebbene non finisca in massa nell’Adriatico, la plastica nel Po non si smaterializza. Mapp ha indicato che tende a radunarsi in determinati punti. Bisognerebbe andare a recuperarla, ma il capitolo è ancora tutto da scrivere. Inoltre più la plastica rimane nell’ambiente, più le onde del fiume e i raggi del sole la frammentano. I pezzettini piccoli piccoli non si fanno notare e non disturbano gli occhi, ma sono i peggiori perché di fatto impossibili da raccogliere e soprattutto perché finiscono per diventare microplastiche, le più temibili. Infatti le microplastiche entrano nelle catene alimentari. Le mangiano anche i pesci del fiume, che poi noi a nostra volta mangiamo. Le microplastiche possono danneggiare la salute umana e presumibilmente anche quella di tutti gli altri esseri viventi.

Mapp è l’acronimo di “Monitoraggio applicato alle plastiche del Po”. L’Autorità di Bacino ha effettuato l’operazione insieme alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Ih estrema sintesi, fra il 2021 e il 2023 sono stati buttati nel Po, in punti diversi, 95 tracciatori. Erano in grado sia di riprodurre il comportamento dei rifiuti galleggianti sia comunicare la propria posizione ad un satellite. I risultati mostrano che la plastica nel Po solo per il 15% finisce in Adriatico. O meglio: durante quell’arco di tempo, solo il 15% dei tracciatori è arrivato in mare. Gli altri sono stati trasportati dalla corrente a volte per centinaia di metri, a volte per centinaia di chilometri. Si sono incagliati fra la vegetazione delle rive, attorno ai piloni dei ponti, nei luoghi di ormeggio per la navigazione fluviale o in mezzo alla ghiaia.

In particolare, si sono identificate otto zone di accumulo nei quali si è fermato almeno il 10% dei tracciatori passati in quel tratto del fiume. Individuati anche sette punti di sosta nei quali i tracciatori frequentemente sono rimasti fermi per almeno 10 giorni. Clic qui e si apre, in un’altra pagina, la cartina redatta dall’Autorità di Bacino.

Il progetto Mapp ha mostrato che le immagini satellitari sono in grado di rilevare gli accumuli di plastica nel Po, anche quando è mescolata con la vegetazione. O almeno: i ricercatori hanno costruito due zattere sperimentali di 150 metri quadrati, ossia con una superficie pari a quella di un quadrato con lato di 12 metri circa. Queste zattere possono essere descritte come graticci che sostengono pezzi di plastica sparsi qua e là, eventualmente mescolati a vegetazione, e che li fanno galleggiare in superficie: ne appare una nell’immagine sotto il titolo. Ebbene: l’analisi delle foto scattate da Sentinel 2, uno dei satelliti del programma spaziale europeo, ha consentito di individuare le zattere. Significa che è possibile individuare anche gli accumuli di plastica nel Po, compresi quelli di modeste dimensioni. Non resta dunque che andare ad eliminarli.

E’ praticamente impossibile impedire che nel Po finisca della plastica. Infatti prima o poi la pioggia trasporta in un canale o in un corso d’acqua ogni frammento di plastica disperso anche involontariamente nell’ambiente. Nel Po dunque confluisce, presto o tardi, tutta la plastica lasciata in giro nel suo bacino. Tuttavia, anche se è molto difficile evitare completamente che la plastica vada nel fiume, si può raccoglierla. Durante la presentazione dei risultati di Mapp, il segretario dell’Autorità di Bacino, Alessandro Bratti, ha parlato di un programma sperimentale 2024-26 per recuperarla.