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Piove, governo ladro! (anche i giornalisti, a volte, si sfogano)

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da Nonantola, Gian Luigi Casalgrandi

Quante volte l’abbiamo sentita questa frase. L’espressione apparsa per la prima volta nel 1861 sulla rivista satirica Il Pasquino (come bonaria parodia degli slogan contro il governo e in generale contro il potere costituito, colpevole di tutti i mali possibili e quindi anche della pioggia). Della pioggia, sicuramente i governi che si sono succeduti nel nostro Paese, non sono sicuramente colpevoli, però, di altre situazioni, sì.

Per la posizione geografica della terra dove sono nato, la Provincia di Modena, tra il Secchia e il Panaro, di acque ne ho sempre sentito parlare e, ho anche provato sulla pelle la paura delle famose “Piene”. Stavamo col cuore in gola, quando le campane (allora usava così) col loro martellare avvisavano che le acque limacciose avevano raggiunto “i saldein”, vale a dire l’ultimo tratto di terra compreso tra l’alveo e l’argine. Chi abitava in quei terreni aveva la casa inesorabilmente allagata; i raccolti, quando c’erano, andavano perduti. Spesso era Bomporto (anche di recente) ad andare sotto; mi ritorna in mente Cavezzo ed altri luoghi divenuti tristemente famosi anche dalle recenti alluvioni, e il Po con le rotte raccontate dalla radio o disegnate sulla Domenica del Corriere da Walter Molino.

Tutto questo per dire, che da sempre le nostre terre sono intrise di storie di acque e di uomini in lotta contro gli eventi atmosferici e la natura. Non è colpa dei fiumi se le acque provocano morte e distruzione: l’uomo, i fiumi, una volta liberi, li ha irreggimentati, racchiudendoli in stretti alvei a volte insufficienti. La Protezione civile, le Province, il Magistrato del Po, i diversi Consorzi lavorano, da sempre per manutentare i corsi d’acqua, piccoli o grandi che siano.

La mosca al naso viene (anche al sottoscritto) quando ci viene detto che un certo disastro è avvenuto perché “i soldi stanziati non sono stati spesi” o spesi in opere (l’ultima, il lungo muro di cemento travolto dall’alluvione di Carrara di pochi giorni fa) che non servono. Poi, l’incuria della gente, che considera a volte i corsi d’acqua alla stregua di fogne a cielo aperto; i frontisti che non tagliano l’erba dei fossi, dove crescono perfino piante; la perdita dei contadini, fagocitati dall’industria: un’etnia spesso sottovalutata se non derisa, che invece è la sola che, coltivando la terra da oltre 10mila anni, ci ha permesso di “mangiare” fino ad ora (bisognerebbe insegnare agli studenti che “la roba da mangiare” viene dalla campagna e non dai supermercati).

Uno sfogo mentre fuori piove. Piove anche nelle zone, dove tanta gente, una parte della nostra gente, quella che lavora, per l’ennesima volta si è vista portare via tutto. Come sempre si tirerà su le maniche, e ripartirà da capo. Sperando negli aiuti delle istituzioni, che a volte la tirano troppo per le lunghe. Un abbraccio.