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La pesca dello storione nel Po, un libro e i ricordi

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La pesca dello storione e i ricordi dei tempi nei quale il Po era un fiume generoso sono un filo conduttore di un libro fresco di stampa. Si intitola “Lo storione. Pillole di sogni” e l’ha scritto Gianni Tessari per le Edizioni La Carmelina. Il suo intento è quello di consegnare ai nipoti la memoria familiare e i ricordi della sua fanciullezza, negli Anni 50 e 60. Il primo di questi ricordi è il grosso storione visto nella barca del padre “quando avrò avuto due anni e mezzo, massimo tre”. Ora che – salvo i progetti di reimmissione –  gli storioni sono spariti dal Po, questa ed altre sue rievocazioni hanno un valore particolare.

Gianni Tessari, classe 1952, è laureato in Medicina ma non ha mai fatto il medico: “Solo altre professioni che richiedono quella qualifica”, ovvero soprattutto il direttore sanitario di strutture pubbliche e private. Le sue radici affondano nella frazione Vegri di Ficarolo, in provincia di Ferrara. Ha trascorso l’infanzia e la giovinezza in una casa in riva al Po con i genitori, i nonni paterni e uno zio, il fratello scapolo del padre. Tutti pescatori, gli uomini. Una o due volte all’anno, raramente anche tre, capitava che catturassero lo storione: e quello diventava un giorno speciale. Così speciale da rimanere impresso nella mente di un bambino ancora piccolissimo.

Il motivo, lo spiega lo stesso Tessari. “Lo storione era molto grosso e si vendeva a caro prezzo, sia per la carne sia per le uova destinate a diventare caviale. Questo significava allegria, abbondanza, possibilità di fare qualche spesa straordinaria”. E così nel primo e più remoto dei suoi ricordi la mamma l’ha caricato sulla canna della bici: “Andiamo a portare la minestra al papà”. Il papà era in Po sulla barca: anzi, sul batél, la piccola imbarcazione a fondo piatto che serviva per pescare. E sulla barca c’era lo storione appena catturato. “Papà l’aveva coperto con dei sacchi bagnati per conservarlo fresco. Li ha scostati per farmelo vedere. Era enorme”.

Enorme per davvero, e non solo perché nei ricordi di un bambino molto piccolo tutto diventa grande. “Uno storione pesava sui 50-60 chili. Uno storione ladano, anche se quello non lo era, poteva addirittura superare i cento”, ripercorre Tessari.

La memoria di Gianni Tessari custodisce vari ricordi legati alla pesca dello storione – basta sollecitarlo a raccontare – ma il tema compare nel suo libro solo due volte. Il primo di questi due episodi riguarda lo storione visto all’età di due o tre anni. Il secondo è un fatto accaduto “quando avevo 7 o 8 anni”, che sottolinea bene la promessa di abbondanza legata alla cattura di uno storione. Si avvicinava allora il momento della prima comunione, racconta Tessari, e la mamma desiderava comprargli un vestito nuovo. “La nonna gliel’ha negato perché in casa c’erano pochi soldi. La mamma è rimasta tutta mortificata. Ma pochi giorni dopo il papà e lo zio hanno catturato uno storione: stavolta un ladano, il più grosso e il più pregiato. Così il nonno ha detto alla mamma di comprarmi il vestito”.

Le reti per pescare lo storione, spiega Tessari, erano lunghe almeno 100 metri: in dialetto, si chiamavano rai. “I miei genitori le preparavano e le riparavano durante l’inverno in cucina, che era l’unica stanza riscaldata”. Venivano calate nel Po dalla barca, perpendicolarmente alla riva, nel periodo compreso fra marzo e giugno: cioè quando gli storioni abbandonavano il mare ed entravano nel fiume per riprodursi. “In basso, le reti erano appesantite con piombi che a volte si preparavano in casa, fondendo vecchie tubature da idraulico. In alto avevano galleggianti di sughero oppure quelle zucche che, seccandosi, rimangono vuote all’interno”.

La parte più faticosa della pesca allo storione consisteva nel trascinare fino alla barca la rete appesantita dalla grossa preda e poi nell’issare a bordo il bestione. “Ci volevano almeno due pescatori. Quando lo storione era ormai vicinissimo, lo colpivano con un grande arpione e lo tiravano su”.

A quel punto, racconta, entrava in scena “il commerciante o il mediatore. In paese ce n’erano uno o due”. Si trattava di persone capaci di tessere mille reti di informazione e, quando qualcuno prendeva lo storione, di venirlo a sapere immediatamente. “Nel giro di pochissimo tempo compravano lo storione e lo portavano via. Né, del resto, ci sarebbe stato modo di conservarlo. Il frigorifero è arrivato in casa che avevo 16 anni ma non sarebbe stato sufficiente per contenere uno storione, neanche se fatto a pezzi”.

In rare occasioni in casa Tessari si è mangiato lo storione. Non, però, quello che gli uomini di famiglia avevano catturato: “Alla mamma e alla nonna a volte è capitato di procurarne qualche pezzo. Se era buono? Mah. Ricordo una carne tutta piena di nervetti”. Gianni Tessari non ricorda, invece, quando il papà e lo zio hanno catturato per l’ultima volta lo storione. “Sarà stato verso il 1970”, ipotizza. Effettivamente, lì per lì, quell’episodio non poteva sembrare memorabile. Gli storioni del Po erano sempre più rari, la tradizione della pesca si andava spegnendo lentamente: ma nessuno conosceva il momento esatto in cui tutto sarebbe finito.

Ora soltanto le foto d’epoca testimoniano la pesca dello storione nel Po. Gli storioni sono spariti a causa dell’inquinamento e degli sbarramenti artificiali lungo il fiume, come quello per la centrale idroelettrica di Isola Serafini, che impediscono di raggiungere i luoghi di riproduzione. Erano presenti tre specie: il cobice, Acipenser naccarii; la colombina o storione comune, Acipenser sturio; e il ladano o beluga, Huso huso. Il cobice è considerato ora in pericolo critico di estinzione; gli altri due sono estinti in Italia. Si possono però rivedere nella galleria fotografica qui sotto.

La galleria fotografica e l’immagine in cima alla pagina sono tratte dagli archivi del Giornale del Po.