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“Mio zio don Camillo, mio nonno Peppone … e la storia ricomincia”. Editore ferrarese pubblica il libro-sequel della saga di Giovannino Guareschi

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A tutti gli appassionati di Giovannino Guareschi. Forse pochi di voi sapranno che l’idea di dar vita al mondo di don Camillo e Peppone gli è venuta in mente mentre in bicicletta passava per Ferrara, tra il Castello Estense e le rive del Po di Pontelagoscuro. Era il 1941 e, di lì a cinque anni, sarebbe nato il primo racconto  “Peccato confessato”  di una lunga e  fortunata saga letteraria che, anche grazie ai film con Fernandel e Gino Cervi, conquistò fama internazionale.

«Ferrara è una città di carattere» scrive Guareschi nei suoi appunti «In ogni altra città voi trovate facilmente un borghetto, una piazzetta un vicolo, un gruppo di case che vi permettono di esclamare “Sembra Lodi” o “Assomiglia a Como” o “Ricorda un po’ la via tale di Cremona”. A Ferrara ogni borghetto, ogni caseggiato fa pensare a un borghetto, a un caseggiato di Ferrara. Trovo molto simpatico il fossato pieno d’acqua che recinge il castello. Tutt’attorno la fossato c’è una muraglia che fa da parapetto, e a un certo punto, nella muraglia, si apre un imponente cancello di ferro battuto. Posso pensare che si spalancasse soltanto in occasione dell’arrivo di ambasciatori e principi di riguardo».

Giovannino dormirà una notte in un albergo di Ferrara, poi la mattina seguente ripartirà in bicicletta prendendo la strada di Pontelagoscuro – «dopo sette chilometri di industrie ferraresi, ecco Pontelagoscuro, il Po e la strada sull’argine» – e collocherà il primo racconto in un paese che inizialmente chiamerà Ponteratto (non Brescello, che peraltro Guareschi non nomina mai…). Così nasce l’embrionale idea di scrivere di Peppone e don Camillo. Chiara l’allusione ferrarese?

Settant’anni dopo il cerchio si chiude. Fausto Bassini, un editore con sede proprio a Pontelagoscuro, pubblica il sequel della celeberrima saga guareschiana: Mio zio don Camillo, mio nonno Peppone… e la storia ricomincia (Faust Edizioni, collana di narrativa ‘I nidi’, p. 236, euro 13,00, disponibile nelle migliori librerie), sulla cui copertina occhieggia un simpatico omaggio all’angioletto e diavoletto originali.

Sono 18 racconti firmati da Donato Ungaro (donato@donatoungaro.com), giornalista professionista nativo di Milano ma bolognese d’adozione, che ha collaborato con «l’Unità», «Gazzetta di Reggio», «Gazzetta di Parma», il tg di La7, Le Iene di Italia 1, Tv Parma, Telereggio e Mantova Tv.

Ungaro, laureato in ‘Comunicazione pubblica, della cultura e delle arti’ alla Facoltà di Lettere dell’Università di Ferrara, dice di avvertire, con il Po, lo stesso legame che ha visto Lucrezia Borgia imbarcarsi a Brescello per venire in sposa a Ferrara…

Un bel giorno, proprio nella piazza di Brescello (paese in cui ha lavorato come vigile urbano), una donna gli ha chiesto dove fossero le tombe di Peppone e don Camillo; lui le ha spiegato che, essendo personaggi di fantasia, non potevano avere delle tombe. La donna non ci voleva credere. Così, ripensando a quell’episodio, molti anni dopo gli è nata l’idea di “riesumare” – letteralmente – le salme di Peppone e don Camillo…

Protagonisti del libro di Ungaro sono un giovane ingegnere, nato nella Bassa ed emigrato da bambino in Germania, che viene richiamato in un paese sul Po dove esumeranno la salma del nonno. E una giovane missionaria laica, che da anni ha lasciato l’Italia e viene convocata dal municipio di quel paese per lo stesso motivo: l’esumazione della salma di uno zio prete.

Quando i due eredi – l’ingegner Giuseppe Bottazzi e la Cesira – s’incontrano nell’ufficio del sindaco, iniziano a bisticciare per un malinteso. Volano parole grosse, e come poteva andare altrimenti? Il nonno dell’ingegnere è l’ex sindaco comunista “Peppone”, lo zio della missionaria è il muscolare parroco Don Camillo. Così la storia ricomincia… Mezzo secolo dopo, in un borgo padano dove il tempo sembra essersi fermato, torneranno ad alternarsi odio e amore, battaglie e alleanze, auto d’epoca e biciclette, falci e campane.

Una storia in diciotto racconti che scorrono placidi ma temibili, come il Grande Fiume sotto la pancia di una barca, sfiorando anime nere o abbracciando temi di grande attualità: dall’integrazione multietnica al racket delle prostitute, dalle escavazioni abusive lungo il Po alla solidarietà bipartisan verso una bambina malata. Perché la Bassa è, prima di tutto, un luogo dell’anima.