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Progetto Clima Po, 18 milioni per dire come va gestita l’acqua

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Un carrozzone? E’ partito Clima Po, a volte chiamato anche Climax Po: un plurimilionario progetto europeo per il bacino del fiume. Riguarda la gestione dell’acqua in un’ottica di adattamento ai cambiamenti climatici e dunque, prevedibilmente, di scarsità. Fa parte di Life, il programma dell’Unione Europea per l’ambiente. Il nome completo: “CLIMate adaptation for the PO river basin district”, cioè “Adattamento climatico per il distretto del bacino del fiume Po”. Qui alcuni dettagli dal punto di vista dell’Ue.

Sul piatto ci sono quasi 18 milioni di euro (per il 60% circa dell’Unione Europea) da spendere in nove anni. Dovranno produrre – così ci si attende – dati, piani, progetti, coordinamento, architetture di governance, proposte, buone pratiche, azioni pilota, strumenti eccetera. Questo, almeno, è quanto si deduce dall’accordo e dal piano di lavoro alla base di Clima Po. E’ lungo e molto dettagliato, e lo si può leggere in coda alla deliberazione con la quale l’Arpa Emilia Romagna ha aderito al progetto.

La gestione dell’acqua del Po è un tema complesso che coinvolge una miriade di protagonisti. La grande secca del 2022 è stata l’occasione per scoprire che la frammentazione delle competenze è tale da non consentire neanche di sapere quanta acqua è succhiata via dal fiume per irrigare i campi.

Con Clima Po, aumenta ulteriormente il numero di quanti intervengono a vario titolo nella gestione delle acque. Infatti il tema è affidato ad un consorzio di 21 fra enti ed associazioni. Praticamente, un altro elemento di complessità nella complessità.

Il piano di lavoro dettaglia i compiti di ciascuno dei 21 componenti del consorzio. Gli organismi coinvolti in Clima Po spaziano dall’Autorità di bacino del Po (capofila e coordinatore) a Legambiente; dall’Università di Bologna al Politecnico di Torino. E poi tre Regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna. Le loro rispettive Arpa, le agenzie regionali per l’ambiente. I consorzi bonifica delle medesime regioni e anche del Veneto: sono enti che fondamentalmente si occupano di irrigazione. L’Aipo, l’agenzia per il Po che è un ente strumentale delle Regioni. L’Ersaf della Lombardia, cioè l’ente regionale per l’agricoltura e le foreste. La città di Bologna e la Smat, l’azienda delle acque di Torino. La Sogesca, una società di consulenza che si occupa di gestione sostenibile. Il CMCC, cioè il Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, che conta a sua volta nove componenti fra università ed istituzioni di ricerca.

Oltre ad essere in sé complesso, il consorzio di Clima Po è chiamato a muoversi nel labirinto creato da norme e competenze già esistenti. Dovrà infatti tratteggiare una gestione efficiente delle acque nel quadro della vigente legislazione italiana ed europea, dettagliando a livello locale l’attuazione della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Quest’ultima consta di tre documenti con mille e passa pagine fondamentalmente teoriche. Si può dire che Clima Po dovrà ricavare da questa architettura concettuale una seconda architettura concettuale: quella necessaria per gestire la prima.

Tratteggiare questa disperante e labirintica complessità non significa invocare l’uomo solo al comando. Una scelta del genere, anzi, sarebbe pericolosa. Però snellire e razionalizzare potrebbe anche rivelarsi utile.

Inoltre, quando di acqua ce n’è poca è necessario prima di tutto porsi una domanda: quali usi dell’acqua sono più importanti per il bene comune? In Clima Po non si vede traccia di questo tema, che pure è salito alla ribalta durante la grande secca del 2022, quando la poca acqua rimasta è diventata oggetto di dispute.

L’imprescindibile domanda sugli usi dell’acqua ai quali dare la precedenza in nome dell’interesse collettivo in realtà è formata a sua volta da molte domande. Ad esempio: in quale misura è meglio conservare l’acqua per la produzione di energia elettrica, per gli usi industriali e per l’irrigazione? Ed è più utile alla collettività salvare il mais, che beve come una spugna e serve soprattutto per la zootecnia, o invece irrigare gli ortaggi destinati al consumo umano?

Proprio perché imprescindibili, le questioni relative agli usi dell’acqua più importanti per il bene comune possono forse essere considerate sottintese all’intero progetto Clima Po. Se così fosse, sarebbe legittimo aspettarsi dal progetto delle indicazioni, sebbene implicite.

Tuttavia nel consorzio Clima Po non sono rappresentati gli interessi della collettività. Dunque non si guardano le cose da questo punto di vista. E’ invece rappresentata nel consorzio una parte degli interessi settoriali toccati dalla gestione delle acque. Ci sono gli agricoltori attraverso i consorzi bonifica, ad esempio, ma non ci sono i gestori dei bacini idroelettrici che pure – trattenendo o rilasciando le acque – contribuiscono a determinare la portata degli affluenti e quindi del Po. Altro esempio: mancano in Clima Po anche i rappresentanti delle attività industriali che utilizzano l’acqua del fiume.

Chi fa parte del consorzio Clima Po prevedibilmente farà il possibile per tratteggiare una gestione delle acque tale da salvaguardare i propri legittimi interessi. Ma in cosa consiste l’interesse collettivo da perseguire nella gestione dell’acqua? Se Clima Po riuscirà anche a dare delle indicazioni a questo proposito, lo vedremo fra nove anni e quasi 18 milioni.

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