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Incendio del pozzo di petrolio a Cortemaggiore, la tragedia del 1950

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L’incendio del pozzo di petrolio a Cortemaggiore (Piacenza) verificatosi nel dicembre 1950 fu un’enorme tragedia in riva al Po della quale ormai va perdendosi la memoria. Non fu l’unico grave incidente del dopoguerra legato allo sfruttamento degli idrocarburi vicino al grande fiume: fu però il peggiore.

Per oltre due mesi dal pozzo di Cortemaggiore si levò una colonna di fuoco alta 100 metri. Con un continuo rombo assordante andarono complessivamente in fumo 67 milioni di metri cubi di idrocarburi: una quantità spropositata che può reggere il paragone con il famoso disastro della Deepwater Horizon, avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico. Quando il pozzo andò a fuoco era inverno pieno, ma nei campi di Cortemaggiore il grano mise la spiga per il gran calore.

Per domare il pozzo, si mandò a chiamare un superesperto statunitense. Ci provò, ci riprovò e si arrese: se ne andò alla chetichella, senza neanche salutare di persona. Sembrava che l’incendio dovesse proseguire finché nel sottosuolo non si fosse consumato l’intero giacimento. A spegnerlo invece furono i tecnici dell’AGIP. Ma andiamo con ordine.

In quel 1950, l’AGIP stava cominciando a mettere in produzione i giacimenti di gas metano e di petrolio di fresca scoperta attorno a Cortemaggiore, un borgo agricolo ad una ventina di chilometri dall’argine del Po che allora contava circa 5 mila abitanti. Per l’Italia del dopoguerra, quegli idrocarburi sembravano una promessa di energia pressoché infinita. In realtà i giacimenti si esaurirono abbastanza presto, ma tuttora si cercano perfino davanti al delta il poco gas e il poco petrolio che ancora restano.

L’avvio dello sfruttamento del gas e del petrolio a Cortemaggiore fu segnato da incidenti. L’incendio che fece spuntare le spighe di grano in inverno coinvolse il pozzo numero 21: oltre ad essere il più grave, fu anche l’ultimo fra quelli degni di maggior nota. Ma già nel 1949 si verificò un altro incendio, nel pozzo numero 6: alcune foto, a quanto se ne sa, ne costituiscono l’unica testimonianza. Le immagini lasciano trasparire un evento decisamente serio, che però sembra robetta se rapportato a ciò che accadde in seguito.

Nell’ottobre 1950, sempre a Cortemaggiore, ci fu l’eruzione – gravissima – del pozzo numero 18. Le immagini provengono dagli archivi dell’Istituto Luce.

Il pozzo 18 sprigionò per 24 giorni un getto a 150 atmosfere di metano e di petrolio nebulizzato. Lo ricorda Giacomo Scaramuzza, un giornalista che, a suo tempo, si occupò sia di quell’incidente sia, poco dopo, del pozzo numero 21. La Camera di Commercio di Piacenza ha pubblicato le memorie di Scaramuzza in uno dei suoi bollettini. Da esse è tratta anche la foto di copertina.

Attorno al pozzo 18, per tutti quei 24 giorni ci fu un rumore assordante. Ovunque  puzza di petrolio, fanghiglia ed un’innaturale nebbia bigia e sporca. Anche per venire a capo di quell’incidente l’AGIP si rivolse al superesperto statunitense, mister Miron Kenley. La sua attività di domatore di pozzi incendiati gli era costata la perdita di una gamba e gli aveva fruttato la fama di essere il migliore al mondo. Si stima che, prima dell’intervento di Kenley, il pozzo 18 disperse nell’ambiente 15 milioni di metri cubi di idrocarburi.

Compiuto il lavoro, Miron Kenley era in navigazione per tornare negli Stati Uniti quando l’AGIP lo richiamò in fretta e furia a causa dell’esplosione e dell’incendio del pozzo numero 21, verificatisi il primo dicembre 1950. Anche se si trattava sempre del giacimento di Cortemaggiore, in realtà il pozzo era situato in un paese confinante: a Besenzone, in località Berzano.

Vetri delle case in frantumi per chilometri e chilometri a causa del poderoso botto, traffico bloccato sulla via Emilia perché gli automobilisti si fermavano a guardare l’immane colonna di fuoco, coda per salire la sera sul Torrazzo di Cremona, dal quale – ad una ventina di chilometri in linea d’aria – si aveva una vista panoramica sul terrificante spettacolo. L’afflusso di gente era tale che il Torrazzo dovette addirittura essere chiuso.

Qui sotto le immagini dell’Istituto Luce, in apertura di un cinegiornale di pochi giorni successivo allo scoppio. Nessuna vittima ma 300 milioni di danni, diceva il cinegiornale: tuttavia i danni continuarono poi ad aumentare. In uno dei primi fotogrammi si vedono foglioline appena spuntate sui rami di un albero: ed era dicembre.

Negli archivi dell’Istituto Luce c’è anche un altro video, ma senza sonoro. Miron Kenley provò per una decina di giorni a fare tutto quel che sapeva, servendosi di attrezzature speciali fatte arrivare con un aereo. Poi mollò di brutto un’impresa che gli sembrava assolutamente impossibile. Affidò il commiato ad un telegramma indirizzato ad Enrico Mattei, allora presidente dell’AGIP e pochi anni più tardi presidente dell’ENI: ”Sorry, mister Mattei. Fatto il possibile. Questa volta non si può, penso che lei ha un nuovo Vesuvio”.

il “nuovo Vesuvio” di Cortemaggiore continuò così ad eruttare la sua colonna di fuoco, mentre attorno al pozzo andava formandosi un profondo cratere che poi raggiunse il diametro di 80-100 metri. I danni aumentavano di giorno in giorno. Fin dall’inizio per il gran calore si era fusa l’incastellatura in acciaio del pozzo. Poi l’acqua dei pozzi cominciò a bollire e a prosciugarsi mentre dei campi il grano e il foraggio crescevano come se fosse primavera.

Furono i tecnici AGIP a trovare il modo di spegnere quell’incendio apparentemente indomabile. A poca distanza dal pozzo 21, scavarono un altro pozzo inclinato che intercettava in profondità il primo, così da tagliare dal basso l’alimentazione dell’incendio. Il “Vesuvio” smise di eruttare fuoco il 6 febbraio, dopo 67 giorni.

Si suppone che in ognuno di quei 67 giorni sia bruciato un milione di metri cubi di gas e di gasolina. Per fare un paragone: nel 2010, durante i circa cinque mesi del disastro della Deepwater Horizon, si sparsero in mare fino a 60 mila barili di petrolio al giorno. Ovvero, circa 9.500 metri cubi al giorno. Nel caso della Deepwater Horizon si trattava di petrolio – non di gas e gasolina come a Cortemaggiore – ma i numeri furono enormemente inferiori. Nella foto qui sotto, scattata ad incendio soffocato, il cratere formatosi attorno al pozzo numero 21.