Home Acqua e Territorio “Gente del Po”, il documentario di Antonioni. Com’era il fiume nel 1943

“Gente del Po”, il documentario di Antonioni. Com’era il fiume nel 1943

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E’ così vicina e così lontana da noi la “Gente del Po” alla quale è dedicato il documentario del 1943 che segnò l’esordio cinematografico di Michelangelo Antonioni: il regista che, insieme a Federico Fellini, Ingmar Bergman e pochi altri, ha plasmato il cinema della seconda metà del Novecento. Le capanne di paglia e di canne della foto sotto il titolo – solo il camino è in muratura – compaiono in uno degli ultimi fotogrammi.

Ottant’anni fa, appena: sono fra noi persone che in quelle capanne sono nate e cresciute, eppure il paesaggio lungo il fiume è irriconoscibile. Nell’immagine, una giovane donna corre al coperto con in braccio un bambino: sta cominciando a piovere e lo ripara con una giacca da uomo.

Qui sotto l’intero documentario: sono immagini potenti. Dura appena 11 minuti e c’è dentro, oltre alla “Gente del Po”, tutto l’Antonioni che poi firmò pietre miliari della storia del cinema come “Blow-up” (palma d’oro a Cannes), “Deserto rosso” (Leone d’Oro a Venezia) e “Zabriskie Point”. Infatti lo stesso Antonioni diceva a proposito di questo suo documentario: “Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte di lì”.

Anche se girato nel 1943 da un Antonioni poco più che trentenne, “Gente del Po” uscì solo nel 1947, dopo la fine della guerra. Con immagini che già suggeriscono il neorealismo, mostra paesaggi e vita quotidiana lungo l’ultimo tratto del fiume: quello in cui il Po diventa navigabile “dopo aver raccolto tutta l’acqua dalle Alpi e dagli Appennini”, come dice la frase d’esordio del commento.

L’ambiente è quasi quello di “Delta padano”, un altro famoso documentario di pochi anni successivo e dedicato a Goro, Gorino e Scardovari. Ma in “Gente del Po” il fiume è in primo piano: non i paesi. La terra che lo circonda entra in scena solo nell’ultima parte.

Niente dialoghi, in “Gente del Po”. Solo i rumori dell’acqua e dell’ambiente – a tratti anche le musiche originali di Mario Labroca – ed una voce narrante. Legge un commento potente quanto le immagini: non è esagerato definirlo di respiro a tratti letterario.

Protagonisti principali delle riprese, i barconi dal fondo piatto e carichi di merci che navigano in convoglio: ciascuno di essi contiene “il lavoro, la casa, gli affetti”. Il documentario si concentra soprattutto su quello che ha a bordo “un om, una dona, una putina”: l’unica frase in dialetto. Sono un uomo, una donna e una bambina, quest’ultima malata e sdraiata in un lettuccio.

“Non è una navigazione facile – avverte la voce narrante – Ci vuole gente invecchiata sul posto”. Ai lati della distesa d’acqua “piatta come asfalto” sfilano argini, strade, “malinconiche facciate di case di campagna”. Le contadine, quando i barconi si avvicinano, alzano la testa dal lavoro. “Chi dai campi guarda passare il convoglio, pensa forse alla felicità. Partire, viaggiare, cambiar vita. Il mare è là, in fondo al viaggio”.

Verso sera il convoglio attracca in “un povero paese dove la vita scorre lenta come le stagioni, come il fiume”. La dona del barcone sul quale viaggia la bambina malata scende a terra, va in farmacia, torna a bordo; la gente del paese, finito il lavoro, corre sugli argini dai quali arriva un suono di fisarmonica.

Mentre la putina si addormenta dopo aver preso la medicina, il respiro del documentario si allarga e passa dal fiume alle terre del delta: “Più avanti, fra il cielo e la palude, per la gente del Po la vita diventa ancora più desolata”. Le immagini si soffermano sulla burrasca che sta per abbattersi sulle capanne di paglia e di canne del delta mentre la gente corre al riparo. Le madri richiamano i figli, chiudono gli usci. Il vento minaccia di scoperchiare i tetti mentre la piena riunisce “l’acqua dolce del Po, l’acqua amara dell’Adriatico”.