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Il Pfoa uccide, ora è ufficiale. Il Po è il più inquinato in Europa da questa sostanza

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pfoa pfas nel fiume po

Fra i maggiori fiumi europei, il Po è quello che risulta più inquinato dal Pfoa, un composto chimico utile all’industria che fa parte della grande famiglia dei Pfas e che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha da poco dichiarato sicuramente cancerogeno per gli esseri umani. E’ un inquinamento che non si vede e non si sente, ma che può uccidere. Infatti c’è addirittura chi si domanda se sono sicure le verdure innaffiate con l’acqua del Po. La domanda potrebbe essere estesa anche ai pesci, aggiungendo nuovi motivi di inquietudine a quelli vecchi. Ma andiamo con ordine.

I Pfas, cioè la famiglia chimica alla quale appartiene il Pfoa ora dichiarato cancerogeno, sono le sostanze perfluoroalchiliche. Da circa 60 anni hanno innumerevoli impieghi – padelle, cosmetici, imballaggi, abbigliamento… – e da una ventina di anni sono note per causare vari rischi alla salute. In particolare, il Pfoa è  l’acido perfluoroottanoico, con proprietà impermeabilizzanti. I composti appartenenti alla famiglia dei Pfas fanno parte dei cosiddetti inquinanti eterni. Significa che resistono molto a lungo nell’ambiente e che si accumulano negli organismi viventi. Di conseguenza, è veramente arduo individuare una soglia di esposizione sicura. La loro presenza è significativa anche quando viene espressa in microgrammi e nanogrammi, cioè rispettivamente in milionesimi e miliardesimi di grammo.

I dati dai quali risulta che il Po è il più inquinato dal Pfoa fra 14 grandi fiumi europei discendono da uno studio che ha calcolato la quantità di alcuni Pfas scaricati in mare da corsi d’acqua fra cui Senna, Tamigi, Danubio. In Po si sono misurati 200 nanogrammi di Pfoa al litro  – il più alto fra i valori misurati per tutte le sostanze ricercate – e il carico di Pfoa trasportato dal Po è risultato pari ai due terzi del carico complessivo rilevato in tutti i 14 fiumi. Oltre al Pfoa, lo studio ha preso in esame altri tre Pfas. Si tratta di Pfhxa, acido perfluoroesanoico; Pfhpa, acido perfluoroeptanoico; e Pfna, perfluorononanoato. L’immagine qui sotto, tratta dallo studio, riassume la loro distribuzione nei 14 fiumi.

fiume po pfoa pfas inquinamento

Lo studio dal quale sono tratti questi dati è del 2007. Da allora le normative Ue hanno ridotto l’uso di vari Pfas. In particolare, il Pfoa è ora vietato, ma esistono deroghe per i composti. Dichiarandolo cancerogeno, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha chiuso la stalla quando i buoi erano scappati? Mica detto che siano già scappati proprio tutti, anche se sarebbe stato decisamente meglio chiudere la stalla prima.

Infatti l’Italia non regolamenta a livello nazionale i Pfas negli scarichi degli stabilimenti chimici che li producono o li impiegano. Esistono indicazioni relative alla presenza, nel 2020, del cancerogeno Pfoa in scarichi industriali che finiscono nella Bormida, un affluente piemontese del Tanaro che a sua volta è affluente del Po. La concentrazione, secondo quanto risulta a Rete Ambientalista, sarebbe pari a 2.938 microgrammi per litro.

E non solo. Secondo informazioni messe nero su bianco nel 2022, le acque della Bormida contengono una quantità di Pfoa “forte” anche se non meglio specificata. Lo dice una relazione della Commissione Rifiuti della Camera. Essa rileva che la presenza dei Pfas in Italia ha come epicentri alcuni impianti chimici del Piemonte e del Veneto. Sintetizzando brutalmente, in Veneto l’inquinamento da Pfas pervade ampie aree anche se gli stabilimenti sono chiusi da anni.

In Piemonte invece, dice la relazione, ha sede lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, frazione di Alessandria: l’unico in Italia a produrre Pfas. Fra essi, il Pfoa – quello ora dichiarato cancerogeno – non è più in produzione dal 2013. Tuttavia, si legge, c’è ancora Pfoa “nelle acque di falda utilizzate dallo stabilimento come raffreddamento e successivamente scaricate nel fiume Bormida”. La Solvay, dice ancora la relazione del 2022, scarica nella Bormida i reflui contenenti Pfas “senza effettuare nessun trattamento per ridurne la quantità”.

Pur non citandone per esteso gli esiti, la relazione richiama i risultati di campionamenti – i più recenti allora disponibili – effettuati nel 2019 dall’Arpa Piemonte sulla Bormida a valle dello stabilimento. La contaminazione da Pfas “è risultata notevolmente alta, in particolare per la presenza della nuova molecola cC6O4, che ha sostituito il Pfoa, ma le acque risultano anche contaminate da forte presenza di Pfoa”. Tutta roba che è arrivata in Po.

La relazione dedica un passaggio al cC6O4, un Pfas di ultima generazione attualmente non sottoposto a limiti. Si tratta di un perfluoropolietere: una sostanza dotata di “una similarità strutturale” con i Pfas. I perfluoropolietere “presumibilmente possono manifestare persistenza in ambiente e bioaccumulo”, anche se mancano studi in proposito. Del resto, si può aggiungere, ci sono voluti parecchi decenni prima che venissero al pettine i nodi dei Pfas e del Pfoa. Anche se la relazione della Commissione Rifiuti non lo cita, l’Arpa Veneto ha trovato cC6O4 nel Po, in canali da esso derivati e in pozzi.

Chi volesse farsi un’idea della storia infinita e tragica relativa ai processi e all’inquinamento da Pfas in Italia trova un bel riassunto su Life Gate, con riguardo anche al Pfoa. E’ aggiornato al maggio 2023. L’ultima puntata è di pochi giorni fa. L’associazione ambientalista Greenpeace ha trovato Pfas e Pfoa nell’acqua potabile distribuita in decine di comuni delle province di Alessandria e di Torino.

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