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Edmondo Berselli, primo tra i Giornalisti di Azione Fluviale. Sono sei anni che ci manca tanto

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Di Andrea Dal Cero

La prossima settimana saranno sei anni che Edmondo Berselli non c’è più. Pasquale e io gli dedicammo la nostra prima ricerca “Sei mesi in viaggio nel Bacino del Po” che presentammo all’Ordine dei Giornalisti di Bologna e, concludendo la nostra conferenza, rendemmo il nostro affettuoso omaggio a questo pubblicista che ci aveva recentemente lasciati e che ricordammo una volta di più come un uomo buono, onesto, autorevole e mai autoritario. Sicuramente tra i migliori tra noi e primo tra i Giornalisti di Azione Fluviale. A Edmondo Berselli dedicammo il lavoro che avevamo fatto fino ad allora e quello che saremmo stati capaci di fare in futuro.

Del suo ultimo lavoro Un Paese chiamato Po realizzato per Rai 2 vi ripropongo le parole conclusive dell’ultima puntata.

E poi…

quanto tempo è passato, quanto tempo è scivolato via da quel primo viaggio sul fiume?

Mezzo secolo, due generazioni, eppure quella storia del fiume è ancora qui tra di noi.

Con i suoi ricordi, con le sue immagini in bianco e nero.

E dire che nel frattempo è successo di tutto.

Se guardo indietro vedo due strani tipi. Forse Tognazzi e Vianello, forse Cochi e Renato, forse Peppone e Don Camillo.

E poi si mangia, ragazzi. Dio quanto si mangia!! Dalla bagna cauda alla coppa, dai tortelli alle anguille che non ci sono quasi più, ma hanno lasciato ancora tanto altro.

E poi vedo tanta gente che lavora, lavorava, lavorerebbe. Aziende grandi, aziende piccole: tante difficoltà, tanto malessere.

Poi nell’aria si sente anche la voce di qualcuno che canta, forse Pavarotti, forse la Caselli, oppure Zucchero, meglio Mina: la Tigre di Cremona.

E i racconti di Gianni Brera, i pellegrinaggi di Gino Veronelli, le storie d’avventura di Folco Quilici.

Qualcuno ha detto che qui c’è la nostra America. Forse aveva ragione però la stiamo perdendo giorno dopo giorno, passo dopo passo, onda dopo onda.

E poi sento il rumore dei motori… le auto più veloci del mondo, forse. Le moto della nostra passione giovanile.

Il colore della passione, il colore della politica, il colore del vino.

I matti che dipingono le tigri e i pavoni, i matti con la faccia di Stalin che vanno in prigione per diffamazione a mezzo stampa, i matti qualunque, che guardano ancora il fiume con lo sguardo dello stupore.

E poi ho visto il fiume diventare grande, diventare largo, diventare infinito.

Adesso dopo città incantate, dopo acque che diventano terre e terre che diventano acque…..

Il mare.