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Esistono più diritti prelievo idrico dal Po che acqua nel fiume. Il censimento

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La relazione che il commissario alla siccità Nicola Dall’Acqua ha pubblicato nei giorni scorsi fornisce finalmente dati certi sui diritti di prelievo idrico dal Po, o meglio dal suo intero bacino, e sui prelievi che vengono davvero effettuati. Il succo è che se i diritti di prelievo fossero esercitati per intero, non resterebbe più acqua in Po. Anzi: le Regioni, che gestiscono la materia, complessivamente hanno concesso il diritto di prelevare un volume d’acqua di gran lunga superiore a tutta quella disponibile.

I diritti, va da sé, sono fatti apposta per essere esercitati non appena si rivelano utili. Quelli relativi al prelievo idrico di fatto non possono essere revocati finché non giungono alla naturale scadenza, che di solito è molto lunga.

Oltre a censire, per così dire, l’acqua disponibile nei vari distretti italiani e ad esplorare dove va a finire, la relazione contiene la “filosofia” con la quale il commissario alla siccità suggerisce di affrontare la futura gestione dell’acqua. Questa “filosofia” può essere per alcuni aspetti criticabile – ci arriveremo – ma di una cosa va dato atto. Il commissario è stato l’unico ad aver effettuato a livello nazionale la ricognizione di un settore che è fondamentale, perché senza acqua non c’è vita, ma che viene gestito con norme spesso lacunose e attraverso un sottobosco di competenze non coordinate. Di conseguenza è assimilabile a una giungla o anche al far west.

I diritti di prelievo idrico dal Po

Come ha appurato il commissario, nel bacino del Po ogni anno in media 47 miliardi di metri cubi d’acqua finiscono nei corsi d’acqua superficiali, ovvero negli affluenti del Po e di lì nel Po stesso. Rappresentano quasi la metà della pioggia, o neve, caduta dal cielo: il resto viene assorbito dalla vegetazione, evapora o si infiltra nel terreno. I prelievi avvengono perlopiù dai fiumi (a volte anche dalla falda sotterranea) e sono pari a circa 20 miliardi di metri cubi all’anno. Per il 75% sono destinati all’agricoltura, ovvero in sostanza all’irrigazione. Il resto va alle industrie e alla rete degli acquedotti.

Tuttavia sarebbe legalmente possibile prelevare una quantità d’acqua enormemente superiore ai 20 miliardi di metri cubi effettivamente prelevati. Le Regioni hanno infatti concesso diritti di prelievo complessivamente pari ad almeno 52 miliardi di metri cubi all’anno. Per la precisione, il commissario scrive che il totale dei principali diritti di prelievo assomma a 1.661,9 metri cubi al secondo: la calcolatrice fa il resto. Ovvero, 52 miliardi di metri cubi sono legalmente prelevabili mentre solo 47 ne  scorrono nei fiumi di tutto il bacino e, da essi, nel Po.

L’ammontare dei diritti di prelievo idrico dal Po e dagli affluenti era un punto sul quale risultava impossibile ottenere certezze. Ora le certezze esistono: descrivono una situazione assurda, ma reale. Facendo clic qui, in un’altra pagina si aprono le tabelle contenute nella relazione con il volume dei diritti di prelievo concessi da ogni Regione e con l’uso al quale è destinata l’acqua.

Il quadro dei diritti di prelievo idrico non è ancora completo

Non è finita. I diritti di prelievo pari a 52 miliardi di metri cubi riguardano esclusivamente i 255 punti di prelievo attivi nel bacino del Po con portata superiore a un metro cubo al secondo: gli altri non sono stati censiti, o non ancora. Un metro cubo sono mille litri. Al ritmo di un metro cubo al secondo, una piscina olimpionica si riempie in meno di tre quarti d’ora. Significa che i diritti di prelievo lasciati fuori dal calcolo perché inferiori a questa soglia non corrispondono necessariamente a bruscolini. Se sono numerosi – ma il particolare è ignoto – il loro ammontare complessivo potrebbe essere tutt’altro che indifferente.

La nomina del commissario siccità discende dalla terribile situazione verificatasi nel 2022. Nell’agosto scorso ha presentato una prima relazione relativa soprattutto allo stato di invasi e dighe. Questa sua seconda relazione non contiene solo i dati sull’uso e sulla disponibilità di acqua che discendono dall’esplorazione di una giungla di competenze. Contiene anche suggerimenti per la futura gestione.

La “filosofia” del commissario siccità per gestire l’acqua

In estremissima sintesi e a costo di tagliare i concetti con l’accetta – il documento conta 150 pagine – la relazione consiglia di elaborare bilanci idrici a livello locale e di sottoporre a regole dettagliate, a pianificazione e a controllo anche gli impieghi dell’acqua per l’industria e l’agricoltura. Ora un quadro del genere esiste solo per l’acqua potabile degli acquedotti. Suggerisce inoltre di far pagare di più l’acqua, così da coprire i costi di costruzione e di gestione delle opere necessarie per raccoglierla e distribuirla razionalmente. Attualmente invece l’acqua destinata all’agricoltura e all’industria costa pochissimo.

La relazione si pone nella prospettiva di una crescente scarsità di acqua dovuta al cambiamento climatico. Però non dice che è necessario riorganizzare le attività umane per usare meno acqua. Suggerisce invece di evitare dispersioni e sprechi ma soprattutto di trattenere, raccogliere e distribuire una maggiore quantità di acqua attraverso 127 opere prioritarie sparse in tutta Italia.

In questo, l’ottica del commissario si avvicina a quella di Coldiretti. Quest’ultima vorrebbe addirittura trattenere per gli usi umani il 50% della pioggia che cade sul territorio italiano. Gli effetti di una cosa del genere sarebbero disastrosi.

La barriera antisale alla foce del Po di Pila

Pur senza minimamente arrivare a tanto, il commissario inserisce fra le 127 opere prioritarie la costruzione della barriera antisale alla foce del Po di Pila. La sua relazione conferma che si tratterebbe di una diga part time per impedire la risalita del cuneo salino e separare l’acqua dolce del fiume da quella salata del mare. La diga si alzerebbe quando c’è pericolo che la salinità del mare si infiltri nel Po. Il fenomeno, che rende impossibile usare l’acqua del Po per le attività umane, si manifesta nei periodi in cui la portata del fiume è particolarmente bassa: cioè durante l’estate, quando la magra stagionale si somma ai prelievi irrigui più consistenti dell’anno.

Di fatto, a barriera antisale in funzione, il ramo principale del delta del Po non sarebbe più tale. Diventerebbe invece una sorta di lago. Nella relazione non si accenna nemmeno alla necessità di valutare le conseguenze di un fatto del genere sull’area protetta – il Parco del Delta del Po – della quale il Po di Pila costituisce il cuore e il baricentro. La barriera antisale, che consentirebbe di avere sempre acqua per l’irrigazione, è  inserita fra le 127 opere prioritarie senza se, senza ma e senza esitazione.