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Compravendita dell’Ortazzo, un colosso dell’ortofrutta nel Parco Delta del Po

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compravendita dell'ortazzo ed ortazzino

Compravendita dell’Ortazzo e Ortazzino, ormai è una telenovela la surreale vicenda che si dipana attorno alla parte più bella e più selvaggia del Parco del Delta del Po, situata nel territorio comunale di Ravenna. Il colosso immobiliare con baricentro in Lussemburgo che l’ha acquistata nei mesi scorsi la sta rivendendo a prezzo raddoppiato ad un colosso dell’ortofrutta. Si tratta di una società che fa parte del Mazzoni Group, uno dei principali produttori italiani.

Intanto il Parco del Delta si accinge ad acquisire una parte dell’Ortazzo e Ortazzino: non però quella in cui è possibile praticare l’agricoltura (qui l’articolo originale, riservato agli abbonati). Verosimilmente è l’unica che interessa ai nuovi acquirenti. La legge, dice, non consente di esercitare la prelazione anche lì.

L’opposizione degli agricoltori alla rinaturazione del Po – sono riusciti ad imporre uno stop al progetto – mostra come l’agricoltura non sia necessariamente una paladina dell’ambiente, sebbene ami presentarsi come tale. Eppure esiste una strada che consentirebbe agli enti pubblici di salvaguardare anche la parte dell’Ortazzo e Ortazzino in cui è consentito coltivare la terra. L’hanno tracciata varie associazioni ambientaliste chiedendo un parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che fa capo al Governo. Secondo l’Ispra, in sostanza, le attività economiche andrebbero vietate nella totalità dell’area protetta.

Ma come in ogni telenovela, per la compravendita dell’Ortazzo e Ortazzino bisogna partire dal riassunto delle puntate precedenti.

L’Ortazzo e Ortazzino si trovano in prossimità della foce del torrente Bevano. Insieme a quest’ultima, costituiscono l’unico frammento non cementificato della costa adriatica tra Trieste e la Puglia. Si tratta di circa 500 ettari costituiti prevalentemente da stagni, canneti, dune e litorale. In buona parte questi 500 ettari sono classificati come “zona B”, dove le attività economiche non sono consentite. Il livello di protezione è tale che, ad esempio, è vietato perfino raccogliere la legna secca. C’è anche una piccola area classificata come “zona A”, l’unica del Parco del Delta dove, in nome del rispetto della natura, è vietato anche l’ingresso. E poi ci sono circa 70 ettari in “zona C”, nella quale appunto l’agricoltura è ammessa. L’unica  zona che gli enti pubblici ora sembrano intenzionati a lasciare agli interessi privati.

La prima puntata della telenovela, venuta a galla durante l’estate, è stato l’acquisto  dell’Ortazzo e Ortazzino, per 580 mila euro, da parte della Cpi Real Estate Italy spa, legata al colosso immobiliare lussemburghese Cpi Property Group. Ha rilevato la proprietà dall’immobiliare Lido di Classe che la deteneva fin da quando, negli Anni 60, era prevista una lottizzazione edilizia, poi impedita attraverso battaglie giudiziarie. Il Parco del Delta, a corto di quattrini, non ha esercitato la prelazione e successivamente ha incaricato un legale di verificare la regolarità della vendita, nell’ottica di riscattare il terreno.

Ha fatto scalpore il certificato urbanistico annesso all’atto di compravendita, secondo il quale l’area dell’Ortazzo e Ortazzino è destinata anche a “spazio urbano, città consolidata o in via di consolidamento, prevalentemente residenziale”. Lo spettro del cemento nel Parco del Delta del Po.

Fin qui le puntate precedenti. E ora gli sviluppi. Innanzitutto il sindaco di Ravenna ha pubblicato i documenti in base ai quali nell’Ortazzo e Ortazzino non si può costruire nulla. Il riferimento del certificato urbanistico allo “spazio urbano” riguarda solo “una microscopica sovrapposizione catastale della proprietà, esterna all’area di parco, con la Chiesa di Lido di Classe”.

Niente cemento, insomma. Però Ortazzo e Ortazzino, pur facendo parte del Parco del Delta, hanno un’appetibilità economica. Lo conferma il preliminare di compravendita per il passaggio dell’area al grande gruppo agricolo Mazzoni, sottoscritto in settembre. Prezzo: un milione e 50 mila euro. Quasi il doppio di quanto pagato solo pochi mesi prima dal colosso immobiliare lussemburghese.

Si arriva così alla cronaca dei giorni scorsi. Il Comune di Ravenna, l’ente parco e la Regione Emilia Romagna hanno messo insieme 437 mila euro per Ortazzo e Ortazzino. Intendono far valere la prelazione del Parco sulle aree A e B, quelle dove non si può entrare o dove è vietato perfino raccogliere la legna secca. Sull’area C  la legge non consente, dicono, di ricorrere alla prelazione. Sono i 70 ettari nei quali è permessa l’agricoltura.

E non solo. I 437 mila euro, nelle intenzioni, servono per esercitare il diritto di prelazione rispetto alla prima compravendita dell’Ortazzo e Ortazzino. Quella che ha portato l’area dalla Lido di Classe al colosso lussemburghese: non quella che si accinge a trasferirla al colosso dell’ortofrutta. Secondo il Parco e il Comune di Ravenna, la prima compravendita sarebbe infatti avvenuta senza rispettare il diritto di prelazione, e dunque sarebbe possibile far valere ora quel diritto. Ma in proposito si annuncia una battaglia di avvocati, tribunali e carte bollate. Infatti l’antico proprietario asserisce che tutto fu espletato nei tempi e nei modi dovuti.

E se anche Comune di Ravenna, Regione ed ente parco intendono adesso acquisire le aree A e B di Ortazzo e Ortazzino, c’è una cosa che – almeno finora – non danno segno di voler considerare. Si tratta del parere dell’Ispra sollecitato da varie associazioni ambientaliste. Fra esse anche Italia Nostra, che aveva acceso i riflettori su Ortazzo e Ortazzino già in estate, in occasione della prima compravendita.

L’Ispra si dice favorevole al fatto che la zona C – quella in cui l’agricoltura è consentita – diventi zona B, dove sono vietate le attività economiche. Rileva inoltre che Ortazzo e Ortazzino hanno tutti i requisiti necessari per diventare demaniali.

La demanializzazione trasformerebbe Ortazzo e Ortazzino in una riserva naturale di proprietà dello Stato. Sarebbe la garanzia di una protezione dell’ambiente praticamente assoluta. Ma anche senza scomodare il demanio, la riclassificazione come B dell’attuale zona C sarebbe sufficiente per scongiurare lo sfruttamento economico dell’unico frammento non cementificato del litorale adriatico tra Trieste e la Puglia. Come rileva Italia Nostra, questo è però un aspetto della telenovela dell’Ortazzo e Ortazzino che non suscita interesse nelle stanze dei bottoni.

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