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Le aree umide del Po nel Cremonese si asciugano, e la siccità non c’entra

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aree umide del po, le condizioni

Nel Cremonese, le aree umide del Po hanno sempre meno acqua. Oltre il 60% risulta asciutto almeno per una parte dell’anno. Questo non dipende dall’andamento di piogge e siccità, ma dall’assetto che l’uomo ha imposto al fiume. La loro agonia è una pessima notizia. Se fossero in buona salute, consentirebbero infatti alle grandi piene di sfogarsi senza causare danni. Sono guai, e gravi, anche per le numerose specie vegetali ed animali che, per sopravvivere, si aggrappano ai residui stagni ed acquitrini come un naufrago si aggrappa ad una scialuppa di salvataggio. Questa fotografia costituisce il messaggio del libro “Lanche e morte del Po cremonese”, presentato lo scorso martedì 23 gennaio. L’autore è il professore Riccardo Groppali, biologo, ricercatore e docente universitario.

Groppali ha considerato le 37 aree umide che si trovano lungo la riva sinistra del Po in provincia di Cremona. A parte i casi in cui la loro nascita è conseguenza diretta o indiretta delle azioni umane – le ex cave di sabbia, ad esempio – si tratta di lanche, morte e bodri, cioè di stagni e acquitrini che si trovano a lato del fiume e che si sono formati durante antiche piene. Le lanche, a forma più o meno di mezzaluna o di giogo, sono costituiti dalle curve che il corso principale del Po ha quasi abbandonato. Le morte sono lanche prive di contatto col fiume: a volte ricevono acqua dalla falda o durante le piene. Infine i bodri, vagamente circolari, sono gli stagni formatisi dove un vortice d’acqua ha “trivellato” il suolo nel corso di un’esondazione. Sono anch’essi separati dal fiume ed alimentati dalla falda.

Utilizzando vecchie mappe, Groppali ha ricostruito l’estensione delle zone umide del Po cremonese a ritroso nel tempo: a volte è risalito fino al Catasto Teresiano redatto nella prima metà del Settecento. Poi ha visitato e fotografato le zone umide una per una durante la magra di fine inverno. Ha constatato che accompagnano il fiume, o lo accompagnerebbero, per una lunghezza di 33 chilometri: un’estensione di tutto rispetto, per un territorio così piccolo. Ma i suoi sopralluoghi hanno  mostrato che solo il 39% di esse, ormai, ha acqua per tutto l’anno. Quelle che risultano sempre coperte d’acqua per tutta la loro superficie, poi, rappresentano appena il 22% del totale.

In un paesaggio non modellato dall’uomo, le zone umide che si trovano accanto ad un fiume tendono col tempo a prosciugarsi. Però si tratta di un processo molto lento. Inoltre le grandi piene e le esondazioni portano con sé la nascita di nuove aree umide. Per quel che riguarda il Po, il cui corso è da tempo immemore imbrigliato, di nuove zone umide create dalle piene non si parla proprio. Ci sono piuttosto ex cave di sabbia che si sono riempite di acqua o lanche formatesi accanto ai pennelli di navigazione installati nell’alveo del fiume. Naturali o di origine antropica che siano, le zone umide del Po sono in agonia a causa di due problemi.

Il primo di questi due problemi: le aree umide in contatto con la falda sotterranea d’acqua, nella quale filtrano le sostanze nutritive contenute nei concimi chimici, vanno incontro a processi di eutrofizzazione che equivalgono ad una condanna a morte. Significa che le alghe proliferano in modo spropositato, poi muoiono in massa e si decompongono, sottraendo ossigeno all’acqua e rendendola inservibile agli esseri viventi. Secondo problema, e ancor più grave: le zone umide cremonesi si prosciugano con una rapidità che non ha nulla a che fare con i ritmi lenti della natura. “E’ la conseguenza dello sbarramento sul Po di Isola Serafini”, riassume il professore.

zone umide del po si prosciugano

Isola Serafini si trova nel punto più a monte della provincia di Cremona e al confine con le province di Piacenza e di Lodi. Negli Anni 50 vi è stata realizzata una centrale idroelettrica, con annessa diga e salto artificiale d’acqua che le imbarcazioni possono aggirare attraverso una conca di navigazione. Invece i pesci, per passare, hanno dovuto aspettare l’inaugurazione, nel 2017, di una scala di risalita.

Lo sbarramento di Isola Serafini trattiene i sedimenti che l’acqua porta con sé. Inoltre nel tratto a valle ha innescato un’intensa erosione. Di conseguenza l’alveo del Po si è abbassato: le piene faticano a raggiungere ed alimentare le aree umide. E poi, aggiunge Groppali, “basta guardare i piloni che reggono i ponti. Sono stati progettati per essere conficcati nel fondo del fiume e si vede bene che sono nati in una situazione in cui il Po scorreva più in alto”.

Queste considerazioni dovrebbero far riflettere chi ora vorrebbe rispolverare la bacinizzazione del Po, ovvero la creazione di sbarramenti in serie analoghi a quello di Isola Serafini: un’ipotesi che era stata abbandonata negli Anni 60. Erosione e abbassamento dell’alveo porterebbero con sé, nel tempo, la necessità di rimettere mano ai ponti e agli altri manufatti. Inoltre le aree umide tenderebbero a sparire come ora sta accadendo a quelle cremonesi. Sarebbe un pessimo affare, anche se gli acquitrini sono generalmente detestati perché ricettacolo di zanzare – non più però quelle della malaria – e perché sottraggono terreno all’agricoltura.

Infatti, nel contesto fittamente antropizzato della Pianura Padana, le aree umide sono indispensabili per la sopravvivenza e la riproduzione di uccelli, acquatici e non; di pesci, che spesso vi trascorrono i primi anni di vita, e di anfibi. Qualcuno ricorda i tempi in cui il Po brulicava di pesci appartenenti a svariate specie, mentre ora è essenzialmente il fiume dei siluri più grandi del mondo? I campi, allora, erano tutto un gracidare di rane, il cui appetito teneva sotto controllo le proliferazioni indesiderate di insetti.

Ma non solo. Lanche, morte, stagni situati al margini del fiume costituiscono i luoghi in cui le piene violente del Po possono sfogarsi senza causare danni. Sono infatti in grado di accogliere grandi quantità di acque e poi di rilasciarle gradatamente. Se le aree umide spariscono, bisogna spendere soldi per costruire casse di espansione e vasche di laminazione. Se invece le aree umide vengono salvaguardate, il servizio è offerto gratis dalla natura.

Il libro “Lanche e morte del Po cremonese”, di Riccardo Groppali, è edito a cura di Fondazione Banca dell’Acqua, amministrazione provinciale di Cremona e Rotary per il Po. Non è in vendita attraverso gli abituali canali commerciali. Ne sono tratte le foto pubblicate in questa pagina.