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Le anguille del Po sono diminuite di dieci volte negli ultimi 12 anni

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anguille del po

Le anguille del Po sono diminuite all’incirca di dieci volte negli ultimi 12 anni. Se ne sono accorti i ricercatori di Lifeel, il progetto dell’Unione Europea che cerca di contrastare il declino della specie. Tradizionalmente, Comacchio e le sue valli quasi campavano sulla lavorazione dell’anguilla, che nel 2013 è stata dichiarata in pericolo critico di estinzione. E ora, appunto, le cose sono ulteriormente e nettamente peggiorate.

Il recente calo numerico delle anguille del Po è diventato evidente quando i biologi di Lifeel hanno cercato di contarle. In base alle complicate abitudini di questa specie, le giovani anguille nate nel Mar dei Sargassi entrano nei fiumi fra gennaio ed aprile. Scelgono le fasi di marea crescente in coincidenza con la luna nuova. Sono allo stadio di ceche: pesciolini trasparenti e quasi invisibili (donde il nome) lunghi più o meno 7 centimetri. Fino al dopoguerra le ceche erano così tante che, sebbene piccolissime, in varie parti di Italia si catturavano a piene mani per mangiarle, oltre che per allevarle e farle ingrassare.

Quante ceche sono entrate quest’anno nel delta del Po? Pochissime e – soprattutto – ancor meno che nel recente passato. Lo spiega Mattia Lanzoni, ricercatore all’Università di Ferrara che lavora per il progetto Lifeel. “Abbiamo ripetuto un esperimento già effettuato 12 anni fa: calare i tradizionali strumenti di cattura delle ceche e vedere quante ci finiscono dentro. Stesso numero di strumenti, stesso numero di giorni, stessi luoghi di allora: tutto standardizzato. In media, abbiamo preso 1,8 ceche al giorno. Dodici anni fa erano 18 o 19”. Ovviamente gli animali sono tornati sani e salvi nel Po. Cresceranno e vivranno nel fiume per molti anni, sempre che riescano a scampare i siluri e gli altri predatori, prima di tornare nel Mar dei Sargassi per riprodursi.

Le baby anguille che dal mare si immettono nei fiumi seguono, per così dire, il richiamo dell’acqua dolce. Tuttavia la siccità e subito dopo le alluvioni hanno disturbato il segnale proveniente dal Po. Secondo Lanzoni questo significa che la situazione delle anguille, pur essendo certo molto peggiorata rispetto a 12 anni fa, dovrebbe essere un pochino meno nera di quella descritta dai numeri nudi e crudi delle catture. Peraltro anche nel 2022, anno di siccità ma non di alluvioni, le catture hanno dato “risultati analoghi a quelli attuali”.

Intanto attraverso Lifeel proseguono le ricerche affinché la riproduzione delle anguille non avvenga soltanto nel Mar dei Sargassi. Ora tutte le anguille che arrivano in tavola sono nate libere. Vengono pescate legalmente, almeno in certi periodi dell’anno e nelle regioni che non hanno adottato ulteriori restrizioni, anche se rischiano l’estinzione. Quelle da acquacoltura sono catturate allo stadio di ceche – anche di frodo – e poi ingrassate nelle vasche o negli allevamenti estensivi per i quali sono famose le valli di Comacchio. Già da tempo è possibile indurre le anguille a deporre le uova nei laboratori. Però c’è un problema tuttora irrisolto: far crescere fino allo stadio di ceche le larve nate in cattività, così da rifornire gli allevamenti. Il professor Oliviero Mordenti, dell’Università di Bologna, lavora per superare questi ostacoli.

“Si tratta di creare artificialmente le condizioni ambientali del Mar dei Sargassi e di individuare il cibo giusto per nutrire le larve”, riassume Lanzoni. “Al momento, è stato possibile farle sopravvivere per 45 giorni: qualcuno in più dell’anno scorso”. Però la strada è ancora molto lunga: le ceche entrano nei fiumi a circa tre anni. Nelle scorse settimane, è stato liberato in Adriatico un gran numero di micro anguille nate in laboratorio. “Abbiamo provato, ma le possibilità che riescano a sopravvivere sono quasi inesistenti”, ammette Lanzoni.

Così l’unico modo in cui Lifeel può aiutare le anguille del Po rimane la liberazione, in autunno, di individui pronti per la riproduzione provenienti dall’acquacoltura o dalla pesca e altrimenti destinati a finire in pentola. L’anno scorso sono state immesse nel delta del Po 2640 anguille riproduttrici, di cui 640 munite di trasmettitori o contrassegni che permettono di seguirne gli spostamenti. “Abbiamo notato che tutti gli animali iniziano quasi contemporaneamente la migrazione verso il Mar dei Sargassi. Anche grazie alla collaborazione con i pescatori professionisti che ci segnalano le catture, abbiamo seguito gli animali in Adriatico per i primi 250 chilometri. Nuotano velocemente. Percorrono circa 16 chilometri al giorno, tenendosi ad una distanza dalla costa compresa fra gli 800 metri ed il chilometro e mezzo”, riferisce Lanzoni.

Il prossimo autunno si ripeteranno le liberazioni. Per aiutare le poche baby anguille entrate nel delta del Po, si lavora per eliminare gli ostacoli artificiali che impediscono loro di passare liberamente da un ramo d’acqua all’altro e di entrare nel Panaro. “Sono pronti i progetti per sette scale di risalita destinate ai pesci; a settembre dovrebbe iniziare la realizzazione”, annuncia Lanzoni. La scala di risalita già presente ad Isola Serafini consente alle anguille e agli altri pesci migratori, come gli storioni, di percorrere l’intera asta del Po dal delta a Torino. Rimane invece sbarrata, nella quasi totalità dei casi, la strada da e per gli affluenti.

La foto di copertina è di Mattia Lanzoni